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sabato 17 luglio 2010

La pecora nera dixit

-->"Scorrendo le poesie contenute nel libretto che gentilmente la signora Marisa Amalberti De Vincenti pubblica a sue spese e dona ai poeti e non solo, si nota che i contenuti delle poesie si possono raggruppare in diverse categorie.
In esse si riscontrano temi legati al territorio, al paesaggio, alla tradizione, all’intima relazione che lega gli esseri umani, alla cultura contadina e marinara ligure cardini delle nostre origini, e poi alla morte, alla storia, a temi di attualità… insomma il ventaglio è abbastanza vasto. Ed è pur vero che uno dei temi dominanti è quello della nostalgia, per cui mi sono incuriosita sul perché ed ho pensato di andare a fondo all’argomento cercando di analizzarlo, aiutandomi anche attingendo da alcune fonti.
Innanzitutto ho cercato sul vocabolario Treccani quale definizione risponde alla parola nostalgia e leggo: “ Desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano. In un significato più esteso, la nostalgia è uno stato d’animo melanconico, causato dal desiderio di persona lontana o non più in vita o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione ad uno stato diverso da quello attuale, che si configura comunque lontano: nostalgia di amici, di affetto, della giovinezza lontana, dei tempi passati.”
E’ evidente che i termini correlati alla definizione di nostalgia sono desiderio, lontano, rimpianto, che sottendono un legame affettivo verso ciò che è oggetto di questo stato d’animo.
Nel voler quindi arrivare ad una giustificazione, se vogliamo, della nostalgia, potremmo considerarla come un rifugio, per lo più illusorio, in cui un soggetto riesce a rivivere situazioni ed emozioni che nel presente non gli sono possibili, benché ne avverta il desiderio.
La nostalgia è il sentimento per eccellenza del migrante, anche se non tutti i popoli ne sono affetti. Nello specifico, il Ligure lo è. Nonostante la sua inevitabile mobilità, dettata dalla necessità economica in epoche di difficile sopravvivenza e la sua propensione al viaggio in qualità di navigante, è risaputo che il Ligure ha sempre ambito al ritorno e ciò è confermato anche dai versi struggenti contenuti nella canzone-simbolo “Ma se ghe pensu”. E’ appurato che non è così per tutti i popoli, ma per il Ligure sì. Questa propensione alla nostalgia, quindi, potremmo assumerla come un dato geneticamente presente nel nostro carattere e quindi bisognoso di esprimersi anche e soprattutto attraverso la poesia.
Una terra definita da molti letterati “luogo dell’anima” quale è la Liguria non può essere dimenticata facilmente dai suoi nativi e diventa una realtà pregnante anche per coloro che vi sono nati da genitori provenienti da altre regioni o nazioni perché il paesaggio che li circonda è lo specchio di ciò che in realtà sono dentro.
Il Ligure si muove in questo paesaggio-anima che è in continuo mutamento e il senso di incompiuto che avverte dentro di sé riflette ciò che gli accade attorno, che tuttavia accoglie senza nessuna pretesa di ricercarne la perfezione.
Il sogno che il Ligure nutre è insito nel luogo stesso in cui vive ed egli trova la salvezza regredendo nella nostalgia, trova il modo per rimanere fuori dal proprio progetto di fronte al quale rimane indifferente.
Il Ligure è quello che parte, che deve fare, che deve almanaccare, che deve aggiustare che deve sistemare, ma è anche colui che, infine, deve tornare."

Dalla presentazione di "Vallebona ospita U Giacuré"

sabato 26 giugno 2010

Popoli liberi

Mi sono chiesta molte volte cosa si nasconda dietro la dicitura "Popolo delle libertà", perché mi è sorto un dubbio: dietro una certa definizione, altro non si nasconde che l''esatto contrario dell'affermazione.
Infatti è vero che esiste un popolo della libertà, ma non è esattamente quello che si manifesta dietro a quella definizione, anzi quel popolo ne è l'esatto contrario.
Ci sono momenti nella vita dell'uomo in cui la libertà si manifesta in quanto tale e che non ha nulla da spartire con la propaganda dilagante: sarebbe interessante lasciare veramente lo spazio di espressione ad ognuno ed allora, e solo allora, si potrebbe realmente capire dov'è e dove va il mondo.
E' estremamente limitante definire "libertà" ciò che si relega all'ordine precostituito. Quella non è affatto libertà, ma intanto c'è il potere che la usa, mentre invece è necessario avere il coraggio di ascoltare qualsiasi voce, soprattutto nella notte, quando un popolo, veramente grande e numeroso, si esprime e rivendica la sua ragion d'essere.
Persone, non necessariamente integrate e regolari, ma esistenti, che parlano, esprimono e rivendicano la loro ragion d'essere, mi rappresentano più d'ogni altro il popolo della libertà, e sono quelle che in ogni momento del giorno sono costrette alla repressione e al silenzio.
E' ora che finisca questa propaganda che, invece di dare voce, reprime.
Quella non è libertà, è regime.

sabato 9 gennaio 2010

E adesso che Ercole non c'è più...

Moto Guzzi Ercolino di Ercole Guglielmi

...che ne sarà del suo Ercolino?
Ercole ci ha improvvisamente lasciati e il suo motocarro, solitamente parcheggiato in Piazza Marconi, dovrà subire una destinazione.
Dopo il restauro della Piazza, era sempre parcheggiato sotto l'ulivo di recente impianto, e la simbiosi era forte, tanto che i turisti provenienti da ogni dove, lo fotografavano incuriositi e rimanevano alquanto stupiti se si diceva loro che era ancora funzionante.
Ma adesso Ercole non c'è più e il motocarro non verrà più utilizzato dai suoi eredi, i quali, in prima battuta, hanno espresso la loro disponibilità ad un eventuale donazione al comune del cimelio, purchè sia destinato a "monumento".
Piazza Marconi ha subito rifacimenti che hanno stravolto il suo assetto di un tempo.
E' opportuno, una volta per tutte, esprimere i pro e i contro di quell'intervento.
Indubbiamente interessante si è rivalato il restauro sute e ouge (sotto le logge), che ha valorizzato la pietra a vista delle volte e il pavimento a tondini di pietra.
La fontana incastonata nel muro di pietra della Via antico frantoio, per quanto abbia introdotto un elemento di notevole modernità rispetto al contesto, è assorbita bene dalla vista.
Gli interventi veri e propri sulla piazza, invece, hanno peccato in diverse direzioni.
Andiamo per ordine:
1) sono stati costruiti nuovi bancheti (gradini) che la maggior parte della gente ha subito definito "loculi", in quanto presentano sagome spezzate affatto in armonia con quelli pre-esistenti, che ripotavano evidenti elementi di rotondità. Osceno aver demolito il banchetu sulle Crote, quello proprio davanti al magazzino di Ercole, che aveva una forma splendida, con quella "pellicola" di bocciardato consumato dagli anni e dai culi che vi si sono seduti, nonchè una misura comodissima a starvi seduti: d'altronde le quote sono andate a farsi benedire, per cui era anche comodo sciacà tùtu.
2) è stato impiantato un ulivo ed è stato posato un vistoso masso di pietra di granito al centro della Piazza che precludono in ogni modo la possibilità di giocare au balùn, una delle più importanti tradizioni del paese che, per quanto sopravviva a fatica, valeva la pena di lasciare l'opportunità del gioco anche solo per una partita dimostrativa di tanto in tanto.
La recente costruzione dello sferisterio di San Biagio ha invogliato dei ragazzi a praticare questo sport; questi però si sentono penalizzati perchè al loro paese non dispongono della piazza per giocare.
3) per coprire un rubinetto da cui attingere l'acqua per lavare il paese, è stato costruito un banchetu apposta, esattamente nel punto in cui si posizionava il giocatore per ricacciare la palla: per un appassionato di quel gioco, ogni volta che lo guarda, è come una coltellata!
Tralascio il commento sullo stile, viste già le disarmonie di cui sopra...
4) la piazza non è illuminata: ma chi ha mai visto un luogo destinato all'aggregazione, soprattutto nei periodi estivi, privo di illuminazione? Il fervore estetico di apporre luci dal basso ha dato un ulteriore prova dell'interesse per la forma e del non considerare affatto la sostanza;
5) nell'intento di rappresentare i quattro elementi naturali, sono state messe due pale eoliche, ma un piccolo borgo come il nostro aveva bisogno di andare a cercare significati universali? non era meglio se si fosse cercato di rispondere ad una simbologia locale, rispettando anzitutto le sue tradizioni e le sue esigenze?
E' stato messo un ulivo e poi significati cosmici... L'ulivo, a Vallebona, paese in passato povero di acqua e vicino al mare, era considerato l'albero della fame, perchè la mosca faceva ogni anno strage di raccolti... Molte persone avevano vissuto l'esperienza della caduta dall'albero, compromettendo per sempre la loro salute e qualcuno ci ha rimesso pure la vita.
Con l'avvento della floricoltura gli scrupoli al taglio delle piante è stato minimo se non addirittura nullo. Si può poetare all'infinito, se si vuole, ma la realtà ha delle risposte talmente chiare che è ingenuo non leggerle!
6) nonostante in fase di progettazione qualcuno avesse sollevato il problema che pavimentare con tondini di pietra il tratto di piazza antistante la chiesa creasse un notevole disagio per i disabili e per gli anziani, è stato risposto che modificare quella progettazione sarebbe stato antiestetico!
7) la zona fògu du bambìn: le pietre che circondano per due terzi il cerchio dove si accende il fuoco nel periodo natalizio, impediscono l'avvicinarsi della gente al falò. Stare al di qua del cordolo si sente poco calore e la separazione dal fuoco, oltrepassarle si è troppo vicino. La gente è sempre stata attorno al fuoco a 360 gradi, ora quello spazio è ridotto ad un terzo, così come si è ridotto lo spazio per accatastare la legna, per cui anche questa tradizione è stata penalizzata...
E non dico altro.
Solo un'ultima cosa: esiste tanta di quella bellezza nell'invisibile che cercarla ostinatamente nell'esteriorità è sterile, superficiale e stupido.
Oppure che si faccia in modo che sia "vera bellezza estetica" e non pasticci.
"Gli specchi per le allodole inutilmente a terra balenano ormai..."

giovedì 17 settembre 2009

Vecchiaia

Veci inu Ciassà - Vecchi in piazza Rossi Nicola
(foto Ermes Guglielmi)

Nei paesi i vecchi trascorrevano la vecchiaia seduti sui gradini delle piazze.
Queste foto risalgono agli anni Ottanta e i vecchi raffigurati erano nati tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900.
Nella foto in alto, il primo a sinistra è Pierino Peirano, Pierìn, ed era "fantino", il secondo è Giacinto Biancheri, Giassì de Cutì, all'epoca vedovo, il terzo Federico Guglielmi, Federì di ferracciùi, mio pro-zio, sposato e senza prole, il quarto, discostato sulla destra, è Ferdinando Guglielmi, Ferdinà, che ricoprì ruoli di rilievo all'epoca del Fascismo: casualmente il manifesto affisso sopra di lui è del M.S.I....
Le affissioni ricordano la campagna elettorale del 1981 per le amministrative.
Nella foto in basso, di fronte a loro, sul banchétu (gradino) dall'altro lato della piazza, si vedono invece Leone Guglielmi, Leò, fantino e Eugenio Rossi, Gé Noce, vedovo.
Leò ha un filone di pane nel sacchetto che gli sbuca dalla tasca e si è appisolato con le mani sul bastone: quell'immagine ci ha sempre fatto pensare ai barboni con la bottiglietta di whisky in tasca, ma nei paesi il barbonismo si può dire che non esista. La familiarità dovuta alla reciproca conoscenza, la libertà con cui in fondo ci si muove nei paesi, il desiderio dei giovani di cogliere nei vecchi quegli aspetti inconsueti che fanno sorridere ed esclamare "che bello" azzerano quel degrado in cui invece versano moltissimi vecchi, soprattutto al giorno d'oggi.
Non ci sono più i vecchi sui banchèti: quelli che sono in salute danno una mano ai figli, altri sono negli ospizi, altri in casa malandati. Si è persa la loro presenza sulle piazze, si è persa lo loro visibilità, si è perso il rapporto dei giovani con loro, ovvero la loro funzione.
Peccato.